Al Centro Zo “Pas de trois all’italiana” che coniuga ritmo teatrale e lirismo

Rassegna "Percezioni" al Centro Zo di Catania: due atti unici per la regia di Giuseppe Bisicchia e Massimo Giustolisi

Al Centro Zo, per la rassegna PERCEZIONI, la compagnia Buio in Sala ha presentato “Pas de Trois all’italiana”, due atti unici per la regia di Giuseppe Bisicchia e Massimo Giustolisi, interpreti principali insieme ad Amelia Martelli.

La pièce metaforizzata può essere letta e interpretata in modi diversi e ugualmente interessanti. Il 'pas de trois' evidenzia una componente ludico-concettuale, e ci ricorda quanto diceva Nietzsche secondo il quale tutte le 'buone cose' preferiscono venire a noi con passi leggeri, danzando - in questo caso evidenzia una componente ludico-concettuale, che permea la ricerca dei tre artisti, che danzano dionisiacamente e fanno scorrere le parole metaforicamente secondo una logica di movimento e di forma, che riproduce letteralmente il loro significato, con una chiave ironica che sottolinea la deriva del senso della parola, in via di perdersi. Massimo Giustolisi osserva “ Nella terminologia ballettistica, il “pas de trois” è il passo a tre: ovvero tre danzatori che eseguono insieme la sequenza di una coreografia. Da qui nasce l’idea del titolo; l’eterno balletto di lui, lei, l’altro - il triangolo per eccellenza - ritratto da due penne diametralmente opposte Giovanni Verga ed Italo Svevo messi a confronto”.

“Due degli esponenti più importanti della letteratura italiana, dichiarano Bisicchia e Giustolisi, fotografati sullo sfondo delle loro identità drammaturgiche: da un lato la Sicilia rurale, attraverso l’arte verista e amara de “La caccia al lupo”; dall’altro il tipico salotto finemente arredato, dall’atmosfera borghese e surreale di “Terzetto spezzato”. In “Terzetto spezzato” troviamo Clelia, che in vita si divideva con discrezione e soddisfazione fra il marito e l'amante,  materializzarsi ai due sotto forma di spettro”.

È interessante, in questo terzetto, il ribaltamento dei ruoli tradizionali: qui, a differenza de “La caccia al lupo”, è la donna a trovarsi in una situazione di privilegio, perché analizza, senza false illusioni, la mediocrità affettiva dei due uomini. Ne “La caccia al lupo”, invece, è  compare Lollo che, come una sorta di segugio, riesce a incastrare l’amante della moglie facendolo entrare da sé in trappola. La sfida attorale, per i tre interpreti principali è rappresentata dalle atmosfere, completamente diverse delle due pièce. La prima leggera, divertente e spumeggiante; la seconda drammatica, suggestiva e ricca di pathos.

Italo Svevo a Eugenio Montale in occasione della messa in scena del suo atto unico Terzetto spezzato, al Teatro degli indipendenti di Roma diretto da Anton Giulio Bragaglia scriveva «Davvero che mi verrebbe voglia di chiudere la mia vita tanto variopinta con una commedia». Il  teatro rappresentava per lui «la forma delle forme, la sola dove la vita possa trasmettersi per vie dirette e precise».

Svevo si muove tra Zola e Ibsen, ovvero tra verismo e dramma borghese, sgomberato però da ogni traccia di proto-femminismo. Ma parallelamente paga un cospicuo tributo a Freud e a Joyce, o meglio un investimento che ritorna in termini di introspezione e di tensione onirica riscontrabile nei personaggi. In modo più o meno consapevole Svevo ha trasferito nei personaggi maschili una sua paura latente della donna che sovverte l'ordine e il decoro, tanto cari alla borghesia, facendo sorgere il sospetto di una non realizzata educazione sentimentale, di una carenza inespressa, ma non meno temuta, della virilità. Da questa debolezza nasce il suo stupore, misto ad amara ironia, nell'analizzare il comportamento delle donne, che ingannano la buona fede dell'uomo. È  nel teatro che Svevo pone nell'intreccio drammatico le tensioni, le nevrosi, le infedeltà

Un testo che dialoga con parole e musiche che ha incontrato il gusto del pubblico offrendo agli spettatori momenti di riflessione. Una performance ricca di sfumature, con cambiamenti di tono; una vocazione istrionica certamente apprezzabile in sinergia con una struttura drammaturgica dai ritmi scenici scattanti. Una pièce che esplora l’inconscio dell’animo umano, alle prese con le piccole e grandi debolezze delle quotidiane vicissitudini che attanagliano l’esistenza. Fil rouge è il tradimento, dimensione onirica, evasione, fuga, rifiuto della realtà, ma anche la creazione di una nuova base morale su cui fondare la realtà stessa; scontro e incontro tra la passione meridionale verghiana che si intreccia con quella mitteleuropea di Svevo.

Musiche suonate dal vivo da Emiliano Longo, scenografia di Franco Sardo e video mapping creati da Andrea Ardizzone. Uno spettacolo accolto dal numeroso pubblico in sala con applausi scroscianti e consenso unanime.

Bisicchia sottolinea “Significativo è stato l'apporto della musica dal vivo, eseguita da Emiliano Longo, poiché ogni scena della pièce era contrappuntata da momenti musicali che, come una vera partitura , scandivano tutta la narrazione. Un lavoro di grande precisione sia per noi attori che per il musicista che ci seguiva live”. L’abile regia di Bisicchia e Giustolisi  riesce a  fotografare la performance, realizzando un bozzetto scenico che oscilla fra isolamento e violenza del personaggio verghiano nel farsi “lupo”, e l’altro che si trasforma per volgersi al mondo filosofico ed artistico  mittel-europeo di Svevo. La metafora zoomorfa del titolo rappresenta l’uomo che entra nella casa a insidiare l’onore delle donne e che viene punito come si punirebbe un animale predatore. È il tema in comune con Svevo del triangolo borghese trasferito in un contesto di passioni elementari.

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