A Catania Vladimir Di Prima e il suo nuovo libro PENSIERI IN FACCIA

Alla Feltrinelli di Catania, Vladimir Di Prima ha presentato il suo nuovo libro Pensieri in faccia. Uno sguardo ironico alla società odierna. 

Lapidario e graffiante, serioso e faceto, lo scrittore Vladimir Di Prima si racconta e commenta la società con ironia, lo strumento principe di Pensieri in faccia, Algra Editore: ultima creazione dell’autore zafferanese (dopo Le incompiute smorfie), presentata alla libreria Feltrinelli dalla giornalista Antonella Guglielmino, nostro direttore responsabile, e dal professore Paolo Sessa.

L’incontro, introdotto da Alfio Grasso, ha posto in luce con toni frizzanti l’azzeccato dualismo tra aforismi e racconti, dalla traduzione dei primi su carta stampata da Facebook, come dichiara l’autore, che lancia una sfida a quanti si aprono al più amato social network dei nostri tempi, mettendo alla berlina i “mi piace” a sé stessi (..Dio ha pensato a  tutto, ma la stupidità gli è venuta proprio male). Un’ironia che fa sorridere,  non da meno tagliente e venata di amarezza, che pervade l’intero libro, come ha evidenziato la Guglielmino nel cogliere un parallelismo col CD della cantautrice Aida Satta Flores dal titolo “Bellandare”, dove, procedendo in un viaggio a ritroso c’è il recupero della tradizione, dei valori e di quella bellezza che non sembra tangibile nel testo.

Che è la ricerca- dice l’autore- non del dato meramente esteriore ( un’acconciatura o un rossetto) ma di quella bellezza spentasi, di quella luce smarrita negli occhi di chi la possedeva. Insieme alla nostalgia di quella creatività  della nostra infanzia “l’unica cosa che cerchiamo sempre”, quando “si sparava” l’aria del phone in alto per spostare le nuvole,  mentre oggi da adulti lo si fa col FotoshopDi Prima ci pone il problema della brevità del libro, nel richiamo della Guglielmino, e della scarsezza dei lettori ( uno solo per ogni città… che sarà riverito meglio di un papa) a fronte di uno scrittore per ogni quartiere: aforismi concisi e pregnanti (.. i libri buoni impiegano dieci, venti, pure trent’anni…  nascono sgorbi, derisi, lenti… e a un certo punto diventano belli, temuti) come evidenzia il prof. Sessa. 

Ma la lettura, autentico cibo dell’anima e della mente, e l’editoria, devono fare i conti con l’uomo frenetico di oggi che opta per il libro di 150 pagine a stento, che può consumarsi in venti minuti,  oscurando capolavori come la Divina Commedia e I Promessi Sposi, o i romanzi di Thomas Mann e di  James Joyce, che potrebbero annientarlo. E col rischio di perdere quella musicalità della lingua italiana che si banalizza nelle stringate abbreviazioni di Facebook. Che ben vengano, dunque, dice Sessa, dei corsi di lettura creativa piuttosto che di scrittura, vista la penuria dei lettori “che sono di meno della Roma imperiale”. Si sofferma poi sulla vera essenza della poesia che non ha bisogno di poeti: vive per necessità in tutte le cose, dice Vladimir, persino in una vecchia lavatrice in mezzo al bosco o nella  mutevole forma delle acque.

Dissacrante la prima, diremmo, quasi come l’arte dadaista di Duchamp ( e non da meno  L’Etna ridotta  a patrimonio dell’Unieuro per  i tanti centri commerciali); efficace invece la seconda, nello spunto colto da Sessa sull’importanza della parola poetica che può evocare, suscitando le forti emozioni del simbolismo francese, alla stregua di un poetico Manzoni nel lago di Como calmo e tranquillo, o di un romantico Turner, pittore visionario dai mari tempestosi.

Profondo anche il concetto dell’identità di chi scrive, nella metafora  uno scrittore è dove lo pianti, che non rinnegherà mai le sue autentiche origini e radici, scrivendo le cose più belle, nel richiamo del professore, quando non si è attenti in modo spasmodico al narrare. E diventando, dice l’autore, testimoni delle parole…per raccontare la parte più vera e bugiarda di loro, ovvero di sé stessi, smitizzando l’ambizione della categoria di voler cambiare il mondo. Senza fare mai a pugni con le parole, perché dal loro conflitto si partorisce il senso e con loro  si reinterpreta un testo, ossequiando Christian Zara “Nulla passa dal cervello che non passi dalla bocca”, nella bellezza elettiva della lingua, specifica Vladimir. C’è poi il dibattito sulla trama ( Dopo lunghe discussioni la trama è morta. Ne dà il felice annuncio la famiglia Significante… Si dispensa dagli aggettivi) nel dibattito tra modernismo e postmodernismo che la vede risorgere con gli scrittori americani e col neorealismo. I pensieri dell’autore camminano scalzi, senza essere “contaminati” dalla sua specializzazione in criminologia (dopo la laurea in legge).

Ci colpisce la similitudine tra lo scrittore e l’allenatore di calcio, nell’usare le parole in modo giusto come in una precisa tattica con i giocatori. Il testo, che non risparmia una vena sarcastica anche nei confronti delle donne, accoglie una denuncia sociale non  indifferente, quando parla della vera ignoranza che è sapere di non esserlo, o del potere dell’ignoranza, più temibile dell’ignoranza al potere;  o della saccenza di Facebook, dove ciascuno dal proprio pulpito si confessa depositario di una verità assoluta, censore o inquisitore… col gusto di screditare i  boriosi e di mettere in luce i veri malati, lettori di Facebook, che dubitano dell’autore e delle sue condizioni mentali (17 ottobre 2048). Ma in questo mondo moderno, oppresso dalla fragilità, ovvero da una incapacità emotiva radicata nell’essere, continuiamo a credere nel libro (insistono la Guglielmino e Sessa), che l’autore definisce il miglior alimento contro la malnutrizione dei cervelli.

Ecco il video della presentazione:

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