Il libro di Mimmo Mollica sul figlio di Meucci

“Meucci il figlio del…telefono, mendicante a Tindari”, il libro  di Mimmo Mollica  che parla del figlio del grande inventore Antonio Meucci.

Mimmo Mollica

Antonio Meucci, all’anagrafe Antonio Santi Giuseppe Meucci (Firenze, 13 aprile 1808 – New York, 18 ottobre 1889), è stato un inventore italiano, celebre per lo sviluppo di un dispositivo di comunicazione vocale accreditato da diverse fonti, come il primo telefono, il cosiddetto telettrofono.

Il brevetto del telefono fu ufficialmente intestato per la prima volta ad Alexander Graham Bell, che è anche noto nella cultura popolare mondiale e nella comunità scientifica internazionale come l’inventore dell’apparecchio. Una risoluzione approvata dal Congresso degli Stati Uniti d’America l’11 giugno 2002 ha comunque riconosciuto un ruolo di Meucci nell’invenzione del telefono, indicandolo ufficialmente come l’inventore e disconoscendo il dubbioso operato di Bell. Numerose enciclopedie accreditano Meucci come l’inventore del telefono.

Meucci non si limitò solo all’invenzione del telettrofono, ma propose numerose innovazioni tra cui le candele steariche, oli per vernici e pitture, bevande frizzanti, condimenti per pasta e una tecnica per ottenere pasta cellulosica di buona qualità. Il libro di Mimmo Mollica stigmatizza la figura del figlio di Meucci, Carlo, la cui identità è stata celata per anni.

Di cosa parla il suo libro?

“Quella dell’identità dell’individuo, che è una questione di primaria importanza. Se il diritto all’identità è al primo posto tra i diritti inviolabili dell’individuo, nel caso di Carlo Meucci, nato a New York il 3 o 4 novembre 1872, per l’anagrafe figlio dell’inventore del telefono, lungamente vissuto a Tindari (Messina) e là morto del giugno 1966, la sua distorsione, l’alterazione o la mancata verità costituiscono non solo un reato contro la persona, ma contro la comunità scientifica internazionale e contro la società medesima, considerata l’identità del padre”.

Nel volume “Meucci il figlio del… telefono, mendicante a Tindari” (Armenio Editore), l’autore si prefigge di strappare all’oblio della invisibilità un essere umano, secondo la documentazione raccolta, discendente da una eccellenza italiana, – Antonio Meucci, inventore del telefono – di cui andare fieri. L’argomento è molto importante anche da un punto di vista pedagogico; infatti ben si presta ad essere insegnato ed approfondito da un fecondo dibattito nelle scuole. Infatti tanti i temi di cui discutere, accrescere ed accentuare indagini; in modo principale argomenti come: migrazioni, naufragi e conseguente ricostruzione dell’identità per i sopravvissuti (come dovette fare Carlo Meucci);

  • il diritto all’identità, al primo posto tra i diritti inviolabili dell’individuo (la vera identità di Carlo Meucci è rimasta ‘oscura’ e le sue spoglie, inumate nel cimitero di Patti, rimangono senza una lapide);
  • la paternità dell’invenzione del telefono è stata riconosciuta ad Antonio Meucci solo nel 2002, per merito di un ingegnere di Maletto (Ct), Basilio Catania;
  • Fuga dei cervelli (italiani) all’estero (Meucci andò in America per sviluppare i suoi progetti);
  • La questione del brevetto: lo Stato deve favorire e proteggere la creatività dei propri cittadini e dei giovani in particolare.

Onore, dunque, al figlio di Meucci: Carlo Meucci!

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