Il voto “politico” del referendum: Renzi si dimette

Analisi sul voto. Le urne non erano state cosi affollate da tempo se guardiamo al dato: 68,48% è l’affluenza definitiva (il 30% nel voto all’estero). Il “NO” ha raccolto il 59,8% dei voti, mentre il “SI” ha frenato al 40,1%, vincendo solo in Emilia Romagna, Toscana, Alto Adige e all’estero.

Italian Prime Minister Matteo Renzi during a press conference in Rome, 5 December 2016. Renzi has resigned after suffering a heavy defeat in a referendum over his plan to reform the constitution.

Foto Ansa

Matteo Renzi lo ha annunciato sin da subito “se perdo il referendum mi dimetto”. Forse perché convinto della vittoria del “SI” o probabilmente fiducioso del sostegno da parte del popolo al suo governo, visto che più volte ha assaporato il trionfo, da quando, consentiteci il termine berlusconiano, è sceso in campo.

Ricordiamo che tre anni fa ha spopolato durante le primarie per la segreteria del partito, lasciando molti a bocca aperta, o meglio, a bocca asciutta. Poi lo sgambetto ad Enrico Letta che gli ha consentito di formare un nuovo Governo dopo una crisi di appena otto giorni, nel febbraio 2014.

Una volontà di ferro nel volere andare avanti, tanto che per far restare in piedi la baracca, ha riunito rappresentanti di diverse coalizioni, i quali si sono subito accordati pur di non lasciare il paese nelle mani di Grillo e del suo Movimento 5 Stelle. E subito fu tutto in salita: il primo mese ha depositato l’Italicum alla Camera, ha promesso un aumento di 80 euro in busta paga su un compenso limite di 1500 euro al mese, ha iniziato l’iter per l’abolizione delle Province e poi ha annunciato la riforma della Pubblica amministrazione e varato il Jobs Act, la legge “rivoluzionaria” sul lavoro.

Persino alle successive elezioni europee ha avuto la meglio su tutti. Insomma, una partenza con grinta e forse una legittima presunzione nel non poter perdere. Invece, oggi, i dati parlano chiaro. Prima della vittoria del “NO”, però, si deve guardare all’affluenza.

Le urne non erano state cosi affollate da tempo se guardiamo al dato: 68,48% è l’affluenza definitiva (il 30% nel voto all’estero). Il “NO” ha raccolto il 59,8% dei voti, mentre il “SI” ha frenato al 40,1%, vincendo solo in Emilia Romagna, Toscana, Alto Adige e all’estero.

Uno scarto che è andato oltre le aspettative, persino quelle dei sondaggisti che davano il “NO” vittorioso, ma certo non con questa distanza dal “SI”. C’è da dire però che il dato, a nostro avviso, è determinato più da un voto politico che da uno sociale, una colpa questa da attribuire per primo allo stesso Renzi che, annunciando le proprie dimissioni in caso di sconfitta, ha dato un’occasione ghiotta agli avversari.

Quanti sono andati alle urne davvero consapevoli del testo della riforma? E quanti hanno espresso il loro voto sulle personali simpatie, o antipatie, per il premier o per Salvini, Berlusconi, D’Alema, Brunetta? Ecco, se in coscienza si riconosce il motivo del “SI” o del “NO” si può analizzare il voto in modo corretto. Tornando alla giornata, ieri, intorno alla mezzanotte, poco prima della conclusione dello spoglio, Matteo Renzi ha convocato una conferenza stampa.

Italian Premier Matteo Renzi speaks during a press conference at the premier's office Chigi Palace in Rome, early Monday, Dec. 5, 2016. Renzi acknowledged defeat in a constitutional referendum and announced he will resign on Monday. Italians voted Sunday in a referendum on constitutional reforms that Premier Matteo Renzi has staked his political future on. (ANSA/AP Photo/Gregorio Borgia) [CopyrightNotice: Copyright 2016 The Associated Press. All rights reserved.]

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“Ho perso io, il mio governo finisce qui. Ho perso e a saltare è la mia poltrona. L’esperienza del Governo è finita e nel pomeriggio salgo al Colle per dimettermi”, ha annunciato. “Volevo tagliare le poltrone della politica e alla fine è saltata la mia”. E rivolgendosi al fronte del “No”, quelli che hanno vinto il referendum, “oneri o onori – ha detto -, spetterà a loro avanzare proposte a partire dalla legge elettorale”. Rammaricato e commosso, nel suo discorso ha precisato di volersi assumere tutte le responsabilità di una sconfitta straordinariamente netta, poi ha ringraziato moglie e figli “grazie ad Agnese per aver sopportato la fatica in questi mille giorni, e per come ha splendidamente rappresentato il paese. E grazie ai miei figli”.

Mentre da un’altra parte Maria Elena Boschi, il ministro che ha dato il nome alla riforma costituzionale bocciata in massa dal referendum, versava lacrime di fronte all’amara sconfitta. Oggi pomeriggio è già fissato dal premier il consiglio dei ministri e Renzi andrà al Quirinale, dove consegnerà le dimissioni nelle mani del presidente Sergio Mattarella, ma ha ribadito che in questi giorni il governo sarà al lavoro per completare l’iter della legge di stabilità e assicurare massimo impegno ai territori colpiti dal terremoto. “Tutto il Paese sa di poter contare su un guida autorevole e salda come quella del presidente Mattarella”, ha aggiunto Renzi.

Intanto in queste ore c’è “attesa per la reazione dei mercati al risultato del referendum. Nelle prime contrattazioni, lo spread tra Btp decennali e omologhi tedeschi sale intorno a 170 punti, con un top a quota 178, dai 163 punti delle chiusura di venerdì scorso. Il rendimento del titoli italiano è risalito al di sopra del 2 per cento. Piazza Affari cede poco più dell’1%, trainata al ribasso dai titoli bancari, ma anche in questo caso le perdite appaiono contenute.” (Fonte Il Sole 24Ore).

Adesso dunque spetta al Presidente della Repubblica la prossima mossa dato che dovrà valutare il da farsi, mentre già dalle prime reazioni post voto lo scenario non appare poi così misterioso: il Movimento 5 stelle e la Lega Nord, i due principali partiti alla guida del fronte del “NO”, hanno chiesto di tornare il prima possibile al voto.

Forza Italia invece è pronta ad attendere e valuta l’opportunità di andare più tardi alle urne. Mentre domani è fissata la riunione del PD, subito dopo la formalizzazione delle dimissioni di Renzi, e da quello che emergerà dalla direzione dipenderà la posizione del partito e quindi la scelta di fronte al nuovo scenario politico.

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