Il giovane Nibali, Dalle corse scolastiche al Tour de France

Il giovane Nibali – Dalle corse scolastiche al Tour De France. Intervista ad Antonio Mazzeo, ex insegnante dello Squalo dello Stretto

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A destra Vincenzo Nibali

Vincenzo Nibali, nato e cresciuto a Messina, inizia a far notare il suo carattere tenace fin dalla scuola media. Abbiamo portato i microfoni di Globus Magazine da Antonio Mazzeo, professore di educazione fisica dello Squalo dello Stretto, nonché scrittore e giornalista, che ci ha parlato del suo ex alunno.

 

  1. Come si comportava a scuola Vincenzo?
  2. Ho conosciuto Vincenzo al suo ingresso in prima media, alla scuola “Galatti” di Messina. Non nascondo che inizialmente mi parve un po’ introverso, con qualche difficoltà di relazione con i compagnetti, talvolta anche scontroso. Ma fu solo una prima impressione. Al primo test di corsa di resistenza si rivelò di tutt’altra pasta. Deciso, sereno e con un piglio e passo da atleta navigato.
    D. Aveva visto in lui del potenziale? Ha mai visto il potenziale di Vincenzo in altri ragazzini delle medie?
  3. Sì, dicevo del primo test di corsa, autunnale. Il tempo di percorrenza dei tre giri nel grande cortile della nostra scuola mi lasciò esterrefatto. Solo qualcuno in passato e comunque in terza media aveva fatto altrettanto. Ma ciò che più mi colpì fu la naturalezza della sua corsa, l’ampiezza agile della falcata, il fatto che non mostrasse nel volto e negli arti alcuno sforzo. E, davvero la serenità con cui affrontava i test. Partecipò subito alla fase provinciale di corsa campestre. Vinse con tanta facilità la competizione della sua categoria da lasciare stupiti gli altri insegnanti. Alcuni tecnici di fondo e mezzofondo dell’atletica leggera si fecero avanti e si proposero come allenatori. Vincenzo e il padre ci pensarono un pò. Ma poi la scelta fu per la bici e il ciclismo.
  4. Qual’era il lato del carattere che emergeva in lui? Avrebbe mai pensato che sarebbe diventato un campione a questi livelli?
  5. Colpiva la caparbietà con cui si allenava, la semplicità con cui si sottoponeva ad allenamenti sempre più intensi e complessi, in ogni condizione meteorologica. E quando lo rivedevo a scuola il lunedì, mi raccontava con innata modestia delle sue prime vittorie. Non l’ho mai sentito arrogante o pieno di sé. Così lo rivedo ancora nelle interviste in Tv o nelle uscite pubbliche.
    D. Quali sono le sue emozioni nel vederlo oggi?
  6. Non nascondo di essermi commosso con alcune delle sue imprese al Giro o al Tour o di aver provato rabbia e disappunto per alcuni degli errori commessi in gare che avrebbe potuto vincere tranquillamente. La rovinosa caduta alle Olimpiadi mi ha procurato immenso dolore. Non tanto per una medaglia che sentivo già sua ma per aver temuto che potesse essere la sua ultima competizione di altissimo livello.
  7. Entrando nel particolare, in quale sport andava bene a scuola?
  8. Beh, lo dicevo prima. Sicuramente la corsa prolungata. Credo che per le sue enormi potenzialità cardiocircolatorie e respiratorie e la naturalezza del gesto tecnico, Vincenzo avrebbe potuto eccellere anche nelle gare di corsa di mezzofondo.
    D. Comera il rapporto con i suoi compagni?
  9. Qualche screzio all’inizio, quando ad esempio iniziavamo i primi tornei di pallamano – lo sport che insieme all’atletica leggera si praticava con assiduità a scuola – i compagni meglio messi muscolarmente tendevano ad escluderlo dalle formazioni di classe. Ma appena Vincenzo mostrò tutte le sue straordinarie doti nella corsa e arrivarono i primi successi, fu davvero “adottato”, corteggiato e benvoluto da tutti. Mai, dico mai, l’ho visto far pesare la sua classe innata. E questo non poteva che piacere e tanto a tutti.
  10. E’ stato sempre così determinato e forte nei suoi obiettivi?
  11. Sì, da questo punto di vista Vincenzo conferma che non si può diventare campioni solo perché si possiedono doti fisiche naturali straordinarie, ma che serve altro, determinazione, stabilità psicofisica, coscienza delle proprie qualità e dei propri possibili limiti, ecc..
    D. Lei seguiva il ciclismo prima del passaggio dello Squalo nel professionismo o proprio grazie a Vincenzo ha iniziato a seguirlo?
  12. Devo ammettere che sono cresciuto sportivamente e professionalmente come insegnante con alcuni pregiudizi sul ciclismo. Innanzitutto per il rischio doping a livello massivo. Mio padre però è stato sempre un instancabile innamorato di questo sport e quando ho lavorato per più di una decina di anni all’estero in progetti di cooperazione allo sviluppo era lui che mi aggiornava sui successi e sulla maturazione sportiva di Vincenzo. E’ morto alla vigilia del Tour che ha visto Vincenzo indossare la maglia gialla sino all’apoteosi di Parigi. Anche allora furono lacrime di commozione ma c’era forte l’immagine di mio padre che mi chiamava telefonicamente per raccontarmi di una vittoria o un piazzamento importante del “mio” ex alunno-campione.
    D. Cosa si prova ad essere stato il professore di Vincenzo Nibali?
  13. Orgoglio, ovviamente. Da piccolo mi ha regalato momenti lieti alle campestri e in pista di atletica, dando un senso a una professione, quella di insegnante di ed. fisica, che purtroppo negli anni è diventata sempre più bistrattata (penso alla scomparsa oggi di quelli che sono stati i Giochi della Gioventù e i Campionati studenteschi, ad esempio). Per questo gli sono grato e oggi mi auguro che possa concludere la sua carriera contribuendo al rilancio dello sport in genere in realtà sempre più marginali e socialmente sempre più complesse come ad esempio la nostra città natale, Messina.
  14. Un auspicio e un augurio per la nuova avventura di Nibali nel Bahrain Merida Cycling Team?
  15. Gli auguro di cuore un ottimo Giro e magari, finalmente, la maglia iridata che lo consacrerebbe definitivamente nella storia del ciclismo. So che magari Vincenzo non sarà contento di ciò che dirò adesso, ma mi conosce da una vita e sa come la penso. Trovo triste che oggi una decina di atleti italiani per continuare a praticare uno sport d’eccellenza debbano affidarsi a una società “invenzione” di un lontano emirato mediorientale. Non credo che la strada intrapresa nel calcio con i magnati russi o cinesi o in altri sport con l’inseguimento dei petrosovrani mediorientali alla fine porterà linfa vitale e risolverà le crisi strutturali che investono l’intero mondo sportivo. C’è bisogno di fantasia, energie nuove, progetti reali. Lo sport nella scuola sta morendo inesorabilmente; i campi nelle periferie delle metropoli appaiono come deserti o vere e proprie discariche di rifiuti. Oggi è necessario e improcrastinabile un cambiamento globale nelle politiche sportive, sociali e giovanili dei governi, degli enti locali, delle forze politiche e sociali del nostro Paese.
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Antonio Mazzeo

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