Il tifo, un fenomeno fortemente negativo

Lo sport deve essere diffuso sempre più ma questo non vuol dire aumentare questo fenomeno, vuole dire tendere a distruggerlo.

Nella nostra società lo sport è divenuto una forma di spettacolo simile a tante altre perdendo in un certo senso molto della componente di spontaneità e di gioco che dovrebbe avere, ma acquistando in definitiva, un grosso valore sociale. Lo sport è ovviamente uno spettacolo che a differenza del teatro e del cinema i protagonisti di questo spettacolo non recitano una parte bensì interpretano se stessi impegnandosi al massimo per esprimere le proprie capacità fisiche; essendo inoltre una competizione, lo sport aggiunge anche una certa  componente  di “suspence” in quanto non si può mai sapere in anticipo quale dei contendenti avrà la meglio.

Ma per quando riguarda in mondo del calcio, il discorso è un po’ diverso. Il calcio può ben dirsi il nostro sport nazionale: esso è ormai una componente essenziale del nostro mondo, entra in quasi tutti i discorsi, a ben poche sono le persone che riescono a sfuggire totalmente al suo fascino: questo in sé non è un fatto negativo. Ma purtroppo per molti il calcio diviene una vera e propria mania, un fanatismo che consente di sfogare in qualche modo le frustrazioni che la vita quotidiana fa accumulare all’individuo. Le folle che calcano gli stadi per assistere agli “scontri” calcistici cercano di scaricare, in quelle due ore,  tutte le frustrazioni accumulate in una settimana.

E’ triste doverlo riconoscere, ma la nostra società non è fatta ancora a misura d’uomo. Quando si dice con una certa dose di retorica, che la felicità non esiste, non si fa altro che applicare a tutte le società presenti passate e future e quindi ipostatizzare metafisicamente una condizione  di infelicità  soggettiva propria della nostra società, una condizione quindi ben delimitata nel tempo e nello spazio.

Questa condizione di infelicità ha un nome ben preciso: frustrazione. Oggi il singolo individuo accumula una quantità straordinaria di frustrazione: ciò perché gli è tolto ogni momento di realizzazione soggettiva ( o meglio gli è data in maniera mistificata), perché nulla sembra più dipendere dalla decisione individuale, e sembra essere  scomparsa anche la responsabilità individuale, sostituita nei fatti e nelle ideologie dalla responsabilità della società e della “storia”.

Il risultato ovvio di questa condizione di continua frustrazione è lo svilupparsi in noi di una forte componente di aggressività che se normalmente viene tenuta a freno e controllata ha pur sempre bisogno di qualche sfogo. Sfogo che viene dato dal nostro continuo trasformarci noi stessi in oppressori e sopraffattori del nostro prossimo. Ma ci sono dei momenti quasi rituali in cui l’aggressività può sfogarsi in maniera “innocente”.  E questo momento per molti viene il pomeriggio  allo stadio.

L’aggressività latente del pubblico si sfoga nella grida, negli insulti all’arbitro; il “goal” segnato dai propri beniamini ed il successivo disorientamento degli avversari viene visto con sadica soddisfazione; la sconfitta della propria squadra viene accettato riversando nuovamente sull’arbitro o sull’allenatore la colpa del misfatto. Avviene in altri termini una forte immedesimazione del pubblico nei giocatori, un vistoso “transfert” emotivo. E infatti possiamo vedere come nel pubblico sia fortissima l’ammirazione del campione, per il superuomo dello sport, capace di imprese che possono veramente sembrare sovrumane alla gente comune, con la pancia provocata dalla vita sedentaria  e la pressione alta  provocata dal nervosismo quotidiano.

Il tifo, dunque, come sfogo di queste frustrazioni a soddisfacimento del bisogno di darsi dei modelli è senza dubbio un fatto positivo per chi ha interesse che le cose restino come sono, per il potere ed i suoi rappresentanti cioè. Lo spostamento dell’insoddisfazione e della reazione verso obbiettivi innocui come quello appunto  dello sport blocca, naturalmente, la capacità di capire quali sono le vere cause della frustrazione e verso quali componenti dell’apparato sociale disumante in cui viviamo dev’essere rivolta la nostra aggressività. E’ sintomatico, a questo proposito, vedere come negli ambienti cosidetti sportivi, l’ideologia dominante sia un qualunquismo fatalistico ed irritato, incapace di vedere al di là del risultato della propria squadra.

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