“Un mare di plastica”: una minaccia per il Pianeta

L’inquinamento da plastiche e microplastiche, sta prendendo il sopravvento e rischia di annientare tutte le specie marine e avvelenare il Pianeta. Si stima che entro il 2050 ci saranno più microplastiche che pesci. 

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L’emergenza rifiuti, che non riguarda solamente le nostre acque, ma quelle dell’intero Pianeta, è diventata insostenibile. Milioni di specie acquatiche, sono in costante pericolo di morte e addirittura di estinzione. La plastica, in modo particolare, è in quantità abnormi. Nel Mediterraneo, per esempio, vi sono circa 115.000 particelle per chilometro quadrato, ma la quantità globale, ovvero quella presente in tutti i mari ed oceani, ammonta a 12 milioni di tonnellate ogni anno. L’80% dei rifiuti, proviene dalla terra ferma e il restante 20% proviene dalle navi, che scaricano continuamente rifiuti e petrolio. Questo problema andrebbe debellato il prima possibile, perché si stima che presto o tardi nei mari, vi sarà più plastica che animali marini e pesci. L’ONU (Organizzazione delle Nazioni Unite) lancia l’allarme: le specie in pericolo sono 690, come pinguinialbatrossquali, balenetartarughe marine e molti altri, le quali ogni giorno ingeriscono plastica che le porta alla morte per avvelenamento e soffocamento. Ciò accade perché gli animali confondono gli oggetti con il cibo per via dei colori, quindi li ingeriscono prima che possano rendersene conto. Con la nuova campagna di sensibilizzazione alla quale hanno aderito alcuni Paesi come FranciaCosta Rica, Uruguay, Belgio, Indonesia, Grenada, Panama, Sierra Leone, Norvegia e Saint Lucia, è possibile ridurre in modo significativo, la quantità di plastica entro il 2022. Il pericolo non riguarda solo la fauna marina che vi abita, ma anche l’uomo, perché le microplastiche ingerite dai pesci, mettono a rischio anche la nostra salute, una volta arrivati sulla nostra tavola.

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Nel Pacifico, l’emergenza plastica e altri rifiuti è ancora più grave. È infatti considerato la più grande chiazza di immondizia e prende anche il nome di Pacific Trash Vortex o Great Pacific Garbage Patch, la cui dimensione è almeno il doppio di quella del Texas. È situata approssimativamente tra le isole Hawaii e la California. Questo enorme accumulo di rifiuti costituito da circa 1,8 trilioni di oggetti (tra i quali polietilene e polipropilene), è stato scoperto dai ricercatori statunitensi della National Oceanic and Atmospheric Administration nel 1988, ma se ne è venuto a conoscenza attraverso i media solo nel 1997 tramite il velista e fondatore della  Algalita Marine Research Foundation, Charles Moore, che si trovava in viaggio tra il Giappone e le Hawaii. Nel 2013, l’imprenditore olandese Boyan Slat ha creato la fondazione Ocean Cleanup, con lo scopo di ripulire le acque dai rifiuti, con l’utilizzo di alcuni dispositivi. Gli scienziati, però, affermano che tutto ciò non sia fattibile, perché il sistema potrebbe danneggiare gli organismi acquatici che vivono sulla superficie delle acque. Uno studio pubblicato sulla rivista Scientific Reports afferma che nel Pacifico vi siano 79.000 tonnellate di plastica e che la superficie di questa isola di plastica sia 5 volte l’Italia. Le microplastiche vi sono letteralmente ovunque, perfino nei cosmetici e nel plancton (microorganismi utili per la sopravvivenza di molte specie marine). Nonostante siano davvero piccolissime, esse costituiscono comunque una minaccia per l’ambiente, poiché impossibili da filtrare dai sistemi di depurazione delle acque. Il miglior modo per ridurre l’utilizzo della plastica, è applicare la regola delle 4 R, ovvero: ridurreriutilizzare, recuperare e riciclare.

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