Al Teatro Biondo di Palermo lo spettacolo teatrale “Spettri di Ibsen”

Spettri di Ibsen nella nuova edizione diretta da Walter Pagliaro con Micaela Esdra e Massimo Venturiello in prima nazionale al Teatro Biondo di Palermo

ph © rosellina garbo 2019

Micaela Esdra e Massimo Venturiello sono i protagonisti di Spettri di Henrik Ibsen, che debutta in prima nazionale al Teatro Biondo di Palermo il 22 febbraio, nel nuovo allestimento prodotto dal Biondo e diretto da Walter Pagliaro.

Le scene sono di Michele Ciacciofera, i costumi di Annalisa Di Piero e le musiche originali di Germano Mazzocchetti. Al fianco di Esdra (nel ruolo di Helene Alving) e di Venturiello (nel ruolo del Pastore Manders), recitano Matteo Baronchelli (Osvald Alving), Riccardo Zini (il falegname Jakob Engstrand) e Roberta Azzarone (Regine Engstrand).

Gli Spettri che Ibsen aveva immaginato nel 1881 non sono – secondo Walter Pagliaro – i fantasmi del passato che ritornano, ma – come suggerisce lo stesso autore – «ogni specie di vecchie morte opinioni e ogni genere di vecchie morte credenze».

«Ibsen – spiega il regista – allude ai pregiudizi, alle false apparenze, ai rimorsi, alle fobie che paralizzano la libera espansione dell’individuo. Ciascun personaggio del dramma lotta con i propri spettri: chi con l’avidità, chi con l’etilismo, chi con l’infingardaggine, chi col dogmatismo, chi con la viltà».

Per questo la lotta contro gli spettri riguarda tutti noi, che non riusciamo a liberarci dal peso soffocante del passato: «Gli spettri, di cui si parla – aggiunge Pagliaro – fluttuano continuamente dalle rimosse esperienze, ma incidono naturalmente sui comportamenti e sulle urgenze che il presente reclama: perché della lotta dell’individuo con gli spettri che ciascuno si crea nel corso della propria vita, tratta questo dramma di Ibsen. Quindi, in misura maggiore o minore, riguarda tutti noi».

C’è un’intuizione in Ibsen che anticipa sorprendentemente il pensiero del Novecento: l’idea che ci sia una simbiosi autolesionista fra potere e schiavitù. Tutti i grandi personaggi ibseniani sono, al tempo stesso, despoti e schiavi, carnefici e vittime. A questa condanna non si sottrae la protagonista di Spettri: Helene Alving è una donna coraggiosa, intelligente, anche emancipata, tuttavia non riesce a liberarsi dai fantasmi di una società oppressiva che si è illusa di poter controllare.

«Pretendere di vivere e di giungere a una piena formazione umana – scriveva Ibsen in alcuni appunti contemporanei alla stesura di Spettri – è una megalomania». L’utopia di decidere e organizzare, per il figlio Osvald, un’esistenza libera e felice, avulsa dalle ombre e dai compromessi familiari, si rivela per la signora Alving una catastrofe, una megalomania distruttiva. Il passato riemerge e la stringe nelle sue spire, la vita rimossa stritola ogni possibilità di vita vera.

In questo nuovo allestimento di Spettri, affidato alla regia di Walter Pagliaro, il passato trova forma in quella serra che circonda la casa degli Alving: la natura si insinua progressivamente nel salotto borghese dove si svolge uno scontro mortale fra madre e figlio. La ricca complessità della formula di Spettri – col suo strutturale rigore, i suoi morti più potenti dei vivi, con le sue fatali e quasi geometriche simmetrie e corrispondenze, lo humour nero e gli incendi simbolici – fa sì che il racconto dello sfaldarsi di una casa perturbata, già ci proietti sul versante pre-espressionistico del “dramma da camera” sviluppato da Strindberg nei primi anni del Novecento.

Spettri_Venturiello© rosellina garbo 2019 _GRG3136

Note di regia

«Nel suo ininterrotto rollio fra luce e tenebra, il dramma è dominato dal peso soffocante del passato che annienta il presente e azzera qualunque prospettiva futura. Gli spettri di cui si parla, fluttuano continuamente dalle rimosse esperienze, ma incidono naturalmente sui comportamenti e sulle urgenze che il presente reclama: perché della lotta dell’individuo, con gli spettri che ciascuno si crea nel corso della sua vita, tratta questo dramma di Ibsen. Quindi, in misura maggiore o minore, riguarda tutti noi.

Non sono ovviamente revenants, fantasmi che tornano, i protagonisti del dramma, ma «ogni specie di vecchie morte opinioni e ogni genere di vecchie morte credenze», come suggerisce una famosa battuta del secondo atto. Ibsen allude ai pregiudizi, alle false apparenze, ai rimorsi, alle fobie che paralizzano la libera espansione dell’individuo. Ciascun personaggio del dramma lotta con i propri spettri: chi con l’avidità, chi con l’etilismo, chi con l’infingardaggine, chi col dogmatismo, chi con la viltà.

La signora Alving è combattuta da «spettri esterni e interni», come lei stessa dice. I suoi spettri esterni sono tutte quelle remore religiose (incarnate dal pastore Manders), che le hanno impedito la felicità e inibito la libertà: da questi Helene si è emancipata, maturando un’autonomia esistenziale e intellettuale assai rara per i suoi tempi. Gli spettri interni sono impersonati dall’inquieto, irrisolto rapporto con il figlio: Osvald è stato allontanato da bambino, per essere protetto dalla depravazione della famiglia, ma è stato così contaminato dal morbo del disamore, metaforicamente rappresentato nel dramma da una sifilide ereditaria. Egli ripiomba nella vita della signora Alving come il più devastante degli spettri: il senso di colpa. Osvald torna come novello Oreste, per vendicarsi, questa volta facendosi uccidere dalla madre. La signora Alving, che nel corso della sua vita è riuscita a debellare tanti spettri, persino il tabù dell’incesto, di fronte al figlicidio vacilla.

Come una tragedia antica, Spettri, è strutturata su tre grandi agoni:

  1. a)     il primo agone, ironico/aristofanesco, fra il demoniaco falegname Engstrand e la figlia adottiva Regine, vede soccombere quest’ultima che alla fine sembra destinata a lavorare nell’erigendo bordello del falegname;
  2. b)    il secondo agone è ideologico: si svolge fra  Manders e la signora Alving, che prevale demolendo pian piano l’armamentario religioso del pastore;
  3. c)     il terzo agone è psicoanalitico: si impernia su un duello mortale fra madre e figlio. La spunterà Osvald (si fa per dire), che riuscirà a farsi uccidere dalla signora Alving, la quale però, finalmente sola, andrà forse incontro a un futuro di silenziosa follia, come la strindberghiana Mummia della Sonata dei fantasmi».

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