Presentata a Catania con successo l’ultima raccolta di versi di Stefano Schirò, che rivelano sentimenti essenziali

La poesia bella può tutto un tentativo per sentirsi meno soli; importante trasmetterla agli adolescenti social-robot

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Fermezza della tessitura stilistica ed equilibrio delle elaborazioni metriche sintattiche, poesia strumento di risonanza e di conoscenza, proiezioni di rare architetture con senso che danno una possibilità di reggenza alle parole, per il libro di poesie “Brezi” del prof. Stefano Schirò di Piana degli Albanesi (edito da “500g edizioni”). Con affluenza di pubblico curioso, interattivo per colmare il vuoto culturale della nostra epoca: il collasso di ogni speranza sul futuro, la chiesa di San Camillo dei Mercedari di via Crociferi a Catania, ne ha ospitato la presentazione.

Ad ingentilire la serata il poeta ha fortemente voluto la presenza di due artisti: il violinista Giovanni Alibrandi che ha sedotto il pubblico con un pezzo di Trovaioli e la divina Susanna La Fiura, soprano charmant con molte esperienze di spessore alle spalle.

Per lo scrittore “in questo delicatissimo scrigno tardo-barocco, non poteva mancare la musica a rendere più teatrali questi momenti si spera poetici”. Relatrici dell’evento una stupenda tetrarchia di donne (tutte professoresse di lettere): Maria D’Agate, Graziella Longo, Enza Pulvirenti, Antonella Spitale.

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Pulvirenti ha ravvisato ed esposto con chiarezza l’essenza del poeta Stefano nella poesia “Sono Io”, dove ogni frammento di sguardi, profumi mischiati, le feste dei Santi, le cerimonie, la contemplazione delle curve pure delle sue colline compaesane, dove lui da loro proviene e a loro lui ritorna. Queste emozioni, sensazioni sono racchiuse in un fiore denso di odore, dove trasmettono energia ed esplosione di vita arricchita da pennellature intinte da variopinti calori che riecheggiano l’inno alla vita.

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Esse con garbo e acume hanno contribuito a fare riflettere gli astanti sui versi dello Schirò; dai componimenti emerge un amore inossidabile per l’arte di ogni epoca (dai mosaici, dalle stoffe ravennati alla moschea blu di Istanbul, dalle opere di oreficeria di Mosul al grande cinema d’autore: da Visconti a Monicelli). Si sente quasi l’odore del mare greco leggendo le poesie dedicate all’isola di Serifos – quasi una seconda patria per l’autore – “E vorrei / che / il mare di Serifos / superasse il blu / mirabile / dei panneggi angelici / del dittico di Wilton House / neanche il mare supera la bellezza di quei blu / allora sì / che incoronerei Serifos / con pregiati arbusti / e tamerici”.

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Versi nutriti di innumerevoli rimandi colti: dalle “Heroides” di Ovidio agli adorati lirici greci, ma anche ai salmi, agli scritti di Teresa d’Avila, di Marina Abramovic, al Corano senza trascurare gli scorci intimissimi, ambientati tra le contrade dell’Afghanistan. Tutto sotto l’egida potente del titolo della raccolta: parola forte “Brezi” ovvero la sontuosa cintura in oro-argento del costume tradizionale femminile di Piana degli Albanesi, ma “Brezi” in lingua arbëreshe significa anche “famiglia”. È sicuramente una raccolta che merita di essere letta, vissuta, perché rifulge al pari della cinta di cui si fregia il titolo.

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“Può la poesia indicare nuove vie?” – La risposta dell’autore è affermativa: poiché essa ha un ruolo taumaturgico, illuminante, funge da carezza potente, disserra le porte del bello, in tutte le sue forme: sia esso un volto nascosto dietro un burqa, un’opera d’arte, una mano, un verso dei Salmi o del Corano. A volte le composizioni si pongono l’obiettivo di disorientare, di creare pezzi surreali, dove emozionarsi, forse annullarsi. L’insieme di questi versi formano una specie di “famiglia”, una “cintura”, da qui il titolo della Raccolta: “Brezi”. Queste poesie vogliono ricomporre un mondo nuovo, dove l’arte, di ogni tipo, signoreggia con disinvoltura e, si spera, si posi con ali leggere nelle menti dei lettori.

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“Scrivo poesia per caricare le parole del loro massimo significato, intendo i versi come tanti frames di un film che si spera possano ricomporre nella mente del lettore una immagine di quiete, uno spaccato d’arte, in cui muoversi, nuotare con la fantasia per alleggerirsi, per riflettere”, afferma l’autore. “La poesia, aggiunge, crea rotture, faglie, armonie e al contempo disarmonie, indica nuove vie dove perdersi o forse ritrovarsi più aperti, più accoglienti, più sensibili al bello”.

Bisogna sapere ascoltare la poesia e fare in modo che essa si trasformi in realtà, come fa Brezi con ardore enigmatico risale il superfluo portando alla luce i sentimenti del nostro sentire. Un libro da proporre ai giovani studenti, poiché la poesia è il miglior fertilizzante per la Vita reale, fatta di pulsioni, passioni, sentimenti, nostalgie, struggimenti, tenerezze, illusioni e d elusioni: una Vita per essere umani non per social-robot.

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Biografia

Stefano Schirò (Palermo 1988) è uno scrittore, poeta originario di Piana degli Albanesi. Insegna storia dell’arte nei licei catanesi. Tra le sue pubblicazioni scientifiche vanta un saggio pubblicato per “Oadi” sulle cinture tradizionali di Piana degli Albanesi, un libro su Giuseppe Damiani Almeyda come pittore, uno sul pittore John Flaxman (testo conservato presso le Biblioteche del Louvre). Collabora inoltre con la rivista catanese “Incontri. La Sicilia e l’altrove” per la quale ha pubblicato numerosi articoli relativi alle opere d’arte applicata siciliana, ma anche qualche contributo sull’arte barocca e contemporanea. Amante della performance art ha voluto ricordare la strage di Portella della Ginestra con la sua perfomance “The Urgent Beauty”.

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