“Andrea Chénier” dramma di amore e morte riscuote buon successo al teatro Bellini

Il pubblico del teatro Bellini di Catania ha accolto con vivo calore la sera del 30 ottobre la prima di “Andrea Chénier”, dramma storico musicato da Umberto Giordano con parole di Luigi Illica, che nella storia belcantistica è opera del tutto importante e popolare, di sicuro riscontro

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Non poteva infatti mancare nel cartellone 2018 dell’ente lirico catanese, il ricordo del poeta e giornalista francese, ghigliottinato nei terrori rivoluzionari di Francia nel 1794 e da cui cento anni dopo il musicista molisano trasse spunto per l’opera.   Teatro non strapieno (anzi vuoto il quarto ordine), però più denso di presenze che per l’ultima opera Adelson e Salvini (invero non così conosciuta come lo Chénier): e se qualche fila in platea rimase libera, auspichiamo che la strategia annunziata nella stagione 2019, ovvero l’abbattimento dei prezzi, possa essere di richiamo per altre fasce di pubblico che non le consuete di abbonati studiosi e melomani: anche se, reiteriamo il nostro punto di vista, è crisi essenzialmente sociale. Tuttavia certe opere sono e rimangono immortali, come codesto dramma di Amore e Morte.

Chénier ebbe un successo clamoroso alla Scala il 28 marzo 1896, pur se incerto nel tenore protagonista e fino all’ultimo in forse: fu Pietro Mascagni che insistè perché l’opera andasse in scena. L’evento fece in parte da contraltare alla tragedia che in quei giorni la Patria viveva: il primo marzo vi era stato il massacro di Adua, ove gli abissini trucidarono seimila nostri soldati (tra italiani e ascari), con le conseguenti dimissioni del Governo Crispi e manifestazioni di piazza contro la politica governativa; Mario Rapisardi scriverà “Africa orrenda”, tra i suoi versi;  anno fatale, che si concluse con le fauste nozze dell’allora Principe di Napoli con la Principessa Elena del Montenegro.    Volutamente imperniata sulla romantica figura del letterato francese -per cui si parlò, e ancora alcuni scrivono, di dramma verista, ispirato in gran parte a fatti accaduti realmente- di cui si accentua nel libretto la fase amorosa ideale e sentimentale; il vero Chénier fu in realtà oltre che idealista, anche epicureo: monarchico costituzionale, fece parte dei Girondini e sostenne la causa dello sfortunato Re Luigi XVI di cui apprezzava l’operato, mentre era fermamente contrario a dare la gestione della cosa pubblica al popolo ed ai suoi rappresentanti estremisti, il triumvirato del terrore. Giunse persino a scrivere una Ode a Carlotta Corday perché, da donna coraggiosa, assassinò Marat; rimasto a Parigi, cadde preda della crudeltà dei Giacobini due giorni prima che lo stesso Robespierre venisse giustiziato. Ma il suo nome rimase simbolo, egli studioso delle lingue classiche (la madre , greca, dicevasi discendente dei Lusignano signori di Cipro: di nobiltà ricostruita, vòlle che il figlio fosse ufficiale con la specifica dei nobili cadetti) e di ambienti raffinati e puramente laici  -fece parte della nobile istituzione massonica essendo affiliato alla celeberrima Loggia “Les nef Soeurs“, ove fu iniziato Voltaire- di un ideale di rivoluzione sociale tradita (anche Leone Trotzkj, cento e più anni dopo, interpretò il bolscevismo in tal guisa fino a che, come fu per Chénier, la scure stalinista non gli troncò il capo: corsi e ricorsi della storia) e che non corrispose ai massimi vertici alle aspettative, anzi costrinse le menti più illuminate, come il Lafayette, alla fuga e finì nel sangue con il martirio dei Sovrani (la Storia ritorna: se lo Zar avesse ascoltato l’illuminato Kerenskij, non sarebbe forse morto assassinato barbaramente nel 1918…).

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  La vita di Andrea Chénier si conclude a trenta e un anni: ma forse caso non è che egli nacque il trenta ottobre, lo stesso giorno in cui a Catania si parlò ancora di lui, attraverso l’opera che lo ha reso immortale e che persegue il fil rouge di certe confraternite iniziatiche (sia Luigi Illica, il librettista e scrittore autore anche, per dirne due ultra famosi, dei testi di Boheme e di Tosca, che Eduardo Sonzogno editore di Giordano, furono frammassoni…). L’edizione del Bellini è un allestimento del teatro, il quale piacque al pubblico per le scene semplici ma essenziali che hanno dato l’idea del momento rivoluzionario oltre che allargato la prospettiva, con una finestra sovra scena, ispirata alle nostre settecentesche del barocco etneo, molto significativa.   La bacchetta del direttore Antonio Pirolli, Maestro di lungo corso, ben armonizzata con l’orchestra, a tratti sopravanzante gli artisti, ha gestito bene e con la giusta passione i quattro atti dell’opera; misurata e a volte forte la regia di Giandomenico Vaccari a cui sia il Coro, che si mostrò estremamente partecipativo nelle scene di massa con le comparse, che gli artisti, hanno dato rispondenza senza problemi.

Per quel che concerne le voci, il tenore armeno Hovhannes Ayvazyan fu un buon Chénier: voce leggera sino al terzo atto, quando presa la carica, con l’aria “Sì, fui soldato, e glorioso ho affrontato la morte che qui, vile, mi vien data” volle dar prova della sua scenicità ed essa riescì in maniera più che apprezzabile; medesimamente Maddalena, qui interpretata dal soprano Amarilli Nizza, già nota (e non splendidamente) al pubblico del Bellini, ha dato vita ad un personaggio dalla caratura abbastanza incisiva, nonché dimostrando migliorate qualità vocali, evidentemente più adatte ad una partitura densa di sensazioni ed emozioni: promossa con buona quotazione dunque, dal pubblico presente. Francesco Verna, baritono “nostrano“, fu un convincente Geràrd, dalla voce possente e decisa, leggendo il personaggio con decisione e passione.     Bella anche la voce di Sonia Fortunato, il mezzosoprano che interpretò la mulatta Bersi; così bella resa vocale di Lorena Scarlata che fu sia Madelon che la Contessa di Cogny, bravi gli altri, con particolare menzione per le pastorelle del Coro , ottimamente diretto da Luigi Petrozziello (coro congedatosi al terzo quadro per motivi pratici supponiamo, ma sarebbe stato meglio che ricomparisse nel finale).

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L’aria più famosa dello Chénier, “Vicino a te s’acqueta l’irrequieta anima mia, tu sei la mèta d’ogni desio, d’ogni sogno, d’ogni poesia! Entro al tuo sguardo l’iridescenza scerno de li spazi infiniti;  ti guardo, in questo fiotto verde di tua larga pupilla, erro con l’anima”, ovvero una delle più belle dichiarazioni d’amore del melodramma italiano (che vale anche au reverse…) chiuse l’opera, nella tragedia col suggello di eternità:  allorché Maddalena e Andrea nel finale si dicono “la nostra Morte è il trionfo dell’Amore”, il flusso delle energie immense del secolo XIX si incastra perfettamente con quelle del secolo ventesimo, che sarà della “bella morte” per Amore, il trionfo: sia i legionari franchisti che i criminali di Pol Pot gridavano “viva la Muerte”, in un bagno di sangue allora inimmaginabile ma che nella cellula del sentimento dei due amanti, ha il significato di infinito. “Amore, infinito amore” è proprio l’ultimo grido, prima del silenzio.   Il pubblico nostro è oramai lontano da certi palpiti che fecero sobbalzare le nostre nonne, le quali tuttavia da donne pratiche avevano il senso della vita -come alcune donne oggidì- ben sviluppato e non disgiunto dal sentimento, che invece ultimamente latita: pertanto i sei minuti di applausi che il pubblico (tra i presenti, esponenti dei clubs Rotary e degli Ordini Dinastici della Real Casa di Savoja) pòrse nel finale furono il compenso giusto e buono ad una edizione gradevole, la quale segue quella del teatro dell’Opera di Roma del 2017 e della Scala a fine dicembre 2017 .   “Andrea Chénier” ha avuto anche nel tempio catanese della musica, rinnovata pagina di gloria.

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