Massimo Troisi: “Quando c’è l’amore c’è tutto. No, chell’ è ‘a salute!”

Il 4 giugno del 1994, appena 12 ore dopo la fine del suo film più ambizioso e impegnativo, “Il Postino”,  Massimo Troisi moriva ad Ostia dove aveva trovato rifugio dopo le fatiche di un set che non avrebbe dovuto affrontare

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Alla vigilia de “Il Postino”, Troisi era tornato in America dal chirurgo (De Beckey) che già una volta l’aveva operato in gran segreto al cuore agli inizi della carriera. Sapeva di non poter affrontare il doppio sforzo dell’ideazione e dell’interpretazione (nonostante avesse lasciato la regia a Michael Radford per arrivare alla fine delle riprese), ma scelse di non risparmiarsi per avere l’opportunità di Philippe Noiret nel ruolo del poeta Neruda. Era rassegnato ad andare incontro al suo destino, del resto giocava a nascondino con la morte da sempre e spesso ci aveva fatto dell’ironia tratteggiando personaggi che scompaiono prematuramente “no, grazie il caffè mi rende nervoso” e perfino intitolando il suo film Tv “Morto Troisi…viva Troisi” (1982).

Smorfia-cabaret7655Nato il 19 febbraio del 1953 da un macchinista ferroviere e da una casalinga, ancora studente comincia ad interessarsi al teatro, iniziando a recitare in un gruppo teatrale “I Saraceni”, di cui facevano parte Lello Arena, Enzo Decaro, Valeria Pezza e Nico Mucci.

Nel 1972 lo stesso gruppo fonda il Centro Teatro Spazio all’interno di un ex garage a San Giorgio a Cremano, dove in principio si mandava in scena la tradizione del teatro napoletano, da Viviani a Eduardo. Nel 1977 nasce la Smorfia: Troisi, Decaro ed Arena cominciano a recitare al Sancarluccio di Napoli ed il successo teatrale ben presto si trasformerà in un grande successo televisivo.

Il “Pulcinella senza maschera” che il pubblico avrebbe amato fin dall’esordio con “Ricomincio da tre” (1981), si era formato sulle tavole del palcoscenico, istintivo erede di Eduardo e di una napoletanità irridente e dolente che avrebbe traghettato in un diverso sentire, quella della “nuova Napoli” di Pino Daniele e di Roberto De Simone.

Cronologicamente, però, il successo arriva prima alla radio con “Cordialmente insieme” e successivamente uscito presto dai confini del successo paesano, portò la sua lingua (un napoletano vivace e colorito, “l’unica lingua che so parlare, a dire il vero”) sulle reti televisive nazionali e poi al cinema. Com’era accaduto a Eduardo e a Totò, quella parlata divenne comprensibile a tutti oltre le parole, sinonimo di un sentire universale in cui la maschera diventava volto e il personaggio un paradigma universale.  In televisione nel 1976 con la trasmissione “Non stop” e nel 1979 con la trasmissione “Luna Park”. Sono di quegli anni gli sketch dell’Arca di Noè, dell’Annunciazione, dei Soldati, di San Gennano tra gli altri. L’ultimo spettacolo teatrale de La smorfia è Così è (se vi piace)”.

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Il successo fu inatteso, clamoroso, immediato. Erano gli anni ’80, quelli  della generazione dei Moretti e dei Benigni, e proprio con Roberto,  Troisi  trovò un’empatia istintiva, festeggiata dal pubblico col clamoroso successo di “Non ci resta che piangere” (1984) in cui il suo surreale “grammelot” faceva da efficace contrappunto alla paradossale cornice storica di un esilarante viaggio nel tempo fino alla Firenze medicea. La critica non fu sempre generosa con l’autore, salvo poi tributargli grandi encomi postumi dopo le quattro nominations de “Il Postino” che nel 1996 fruttarono al film l’Oscar per la colonna sonora di Luis Bacalov. Alla consueta bevuta di fine riprese, Massimo Troisi aveva brindato con tutti i componenti della troupe, salutando con un “Vi amo tutti, non vi dimenticate di me” . Parole forse di circostanza, ma che oggi suonano dolorose e premonitrici, alle quali tecnici e macchinisti avevano risposto con battute spiritose e sdrammatizzanti, raccomandandogli piuttosto di sbrigarsi a fare un altro film per lavorare ancora insieme. L’ affetto e la complicità della troupe erano state preziose per Massimo Troisi durante la lavorazione di Il postino, lo avevano protetto dall’ invadenza dei curiosi e dei giornalisti. Un periodo non facile, perché l’ attore non stava bene.

Troisi,_Arena,_Arbore,_Nichetti_e_BenigniL’ultimo intervento lo aveva debilitato, il lavoro lo affaticava molto e dopo aver girato una sequenza aveva sempre bisogno di riposarsi. Sul set c’era sempre un medico, anche perché le riprese del film furono girate tra l’ isola di Salina e Procida. In quell’occasione evitò di rilasciare interviste e promozioni al film, un po’ per non sottoporsi a sforzi inutili e un po’ perché non voleva che si parlasse della sua salute. Quando una fotografa riuscì a riprenderlo durante la lavorazione a Salina e un settimanale aveva pubblicato un servizio che ricostruiva dettagliatamente i problemi clinici di Troisi, l’attore ci rimase malissimo. Sulla sua “malattia”  aveva sempre avuto la discrezione e il pudore che hanno segnato anche il suo modo di vivere e di essere attore. Le sue condizioni non erano allarmanti, dicevano i medici, anche se era stata riconosciuta la necessità di un nuovo viaggio in America e di un nuovo intervento, un trapianto cardiaco, ma mai, neanche per un istante, gli era venuto in mente di lasciare il set e interrompere il film. Anche perché Il postino era veramente il suo film. Si era innamorato del romanzo di Skàrmeta alla prima lettura. Lo aveva affascinato il personaggio di Mario Jimenez, lo svogliato giovanotto che, avendo solo una bicicletta e un confuso desiderio di uscire dal vagabondaggio, ottenne l’ impiego di postino nel villaggio di Isla Negra, dove tutti gli abitanti sono analfabeti, meno uno, Pablo Neruda, l’ unico cliente, che però riceve quintali di lettere al giorno, da tutto il mondo, e con il quale Mario stabilisce un rapporto bellissimo, dalla rudezza alla simpatia, fino ad una bizzarra e grande amicizia, che gli fece scoprire la poesia e la pienezza dell’ esistenza e che durerà fino alla morte del Poeta nel 1973.

1464698047954Massimo Troisi comprò subito i diritti del libro e cominciò a darsi da fare, superando sorprendentemente la sua pigrizia, per trovare i soldi per il film. Incontrò il regista inglese Michael Radford e non ci mise molto a coinvolgerlo nel progetto, facendogli amare la storia e se stesso come interprete. Mancava il personaggio di Neruda, e quando Philippe Noiret accettò il ruolo, non fu difficile concludere i dettagli della produzione e realizzare un sogno, l’ultimo.

Grande fu l’amicizia con il cantane Pino Daniele. L’amico del cuore che Troisi filmava di nascosto,come un fan. “Pino era ammirato dall’arte di Massimo, Massimo era ammirato dall’arte di Pino. Quando Pino suonava, Massimo lo ascoltava incantato. Quando Massimo faceva battute, Pino lo ascoltava incantato. Non potrei sintetizzare diversamente il rapporto tra queste due grandissime persone, tra questi due grandissimi amici”, racconta Alfredo Cozzolino, amico del cuore di Massimo Troisi, che serba molti ricordi degli incontri con Pino Daniele. “Massimo aveva una piccola telecamera – racconta – Quando arrivava Pino, l’accendeva e la nascondeva, così da registrarlo di nascosto, mentre cantava e suonava.

Poi conservava le cassette ed ogni tanto se le riguardava, come un qualsiasi fan che avesse avuto l’occasione di incontrare il suo cantante preferito”. Tra Pino Daniele e Massimo Troisi era stata amicizia a prima vista ed il bluesman era rimasto profondamente addolorato per la morte di Massimo. pino-daniele-massimo-troisi-638x425Appena ebbe la notizia corse ad Ostia, nella casa della sorella Annamaria, dove Massimo era spirato. Ogni tanto veniva a San Giorgio a Cremano in incognito. – spiega un familiare di Troisi – Non voleva alcun clamore mediatico per le sue visite. Chiamava prima, però, una delle sorelle per informarsi se il cimitero fosse aperto. Nelle poche volte in cui ha incontrato qualche parente di Massimo è stato affettuoso e gentile. Anche per noi, la sua morte è un grande dolore”. 

“Ricordati che devi morire!
Come?
Ricordati che devi morire!
Vabbene.
Ricordai che devi morire!!
Sì, sì, no, mo’ me lo segno proprio…” dal film Non ci resta che piangere (1984) Massimo Troisi

 

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