Riuscita la “Traviata” al teatro Bellini di Catania

Con interpreti all’altezza dei ruoli, la produzione in versione regionalistica del celebre dramma parigino di Giuseppe Verdi fu apprezzata dal pubblico catanese

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“La Traviata ha fatto un fiascone”, scriveva Giuseppe Verdi nel marzo 1853 a proposito della prima rappresentazione della sua opera alla Fenice di Venezia: complice la novità per l’epoca del testo, ma verrà a trionfare dall’anno dopo e oggi può dirsi l’opera italiana più rappresentata al mondo, che porta il genio popolare del compositore bussetano, immerso nel tricolore stemmato con la croce di Savoja (Verdi fu Cavaliere dell’Ordine Civile della Real Casa Sabauda, che oggi vive nell’Ordine al Merito Civile), nei quattro continenti.

L’edizione di Traviata la cui prima si diede la sera del 16 marzo nel teatro Bellini di Catania, rispettando i canoni dell’opera popolare (anche se la forma sta perdendosi nel pur foltissimo pubblico delle grandi occasioni: pochissimi smoking per gli uomini, che preferiscono la meno impegnativa cravatta; donne in età curate ma più giovani che non disdegnano i jeans, senza contare alcuni individui con orribili polpacci senza calzini…), ha riscosso il notevole successo dei convenuti: si “giocava in casa”, è vero, produzione del teatro Massimo di Palermo, allestimento scenico in Liberty che è stato ripreso dalla capitale siciliana del XIX secolo, arieggiando i Basile e i Florio, senza considerare che l’opera, come tutti sanno e come sovente ripete il libretto di Francesco M.Piave, è ambientata in Parigi; con  codesto indulgere a certo “regionalismo” ultimamente in voga (se chiamarlo provincialismo, per tale opera universale, appare fuori luogo…), la catanese “Traviata” ebbe un riscontro più che buono, nelle sue tre ore di spettacolo.

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La regia del Pontiggia non forzò eccessivamente la mano e mise l’ottimo coro delle maestranze del teatro a proprio agio nelle scene collettive; il direttore Jordi Bernacer, seppure a volte non susseguente, si mostrò adeguato alla partitura; ottime le voci del sempre brillante Riccardo Palazzo (Gastone), incisiva quella del mezzosoprano Sabrina Messina (Flora) come anche Carmen Maggiore (Annina); da apprezzare Piero Terranova (Giorgio Germont); bravo Gianluca Tumino (il Marchese)  mentre senza infamia e senza lode, fu il tenore Javier Palacios, nel primo atto senza dubbio sotto tono, poi ripresosi nei successivi.

Il ruolo di Violetta Valery, come sappiamo “soffre” degli immensi càlchi novecenteschi di Joan Sutherland, di Maria Callas, nonché della versione teatrale e cinematografica della Margherita Gauthier, la Signora delle Camelie, che fu Greta Garbo come Eleonora Duse. Qui abbiamo avuto la voce del soprano Daniela Schillaci, che già aveva interpretato quel ruolo anni fa anche al Bellini: la Schillaci ha un pubblico di fan (presente anche alla prima, nel loggione) che la supportano, una bella presenza e una voce notevole: nel primo atto fu troppo irruenta (“Follie…Follie”) come lo era stata nelle versioni registiche precedenti, “rimaneggiando” poscia in positivo l’impostazione tonale nei successivi atti, laddove la mano del regista ha rammentato al soprano che Violetta non è una donna di vita (pasolinianamente), ma una ragazza raffinata del puro Ottocento, che deve per mantenersi, scegliere una “protezione” altolocata la quale alfine la porta alla tragedia ed alla morte.  In questo senso il ruolo vocale fu ben svolto da Daniela Schillaci; il personaggio un po’ meno, anche se molto dal pubblico etneo le è concesso, anche il fuori scena dopo il primo atto a raccogliere i certo meritati applausi, i quali di solito si mietono alla fine e, quantunque il pubblico dei convenuti fosse partecipe perchè Verdi è Verdi e Traviata la conoscono tutti, non furono così prolungati come forse alcuni si attendevano.

Un plauso alla valente orchestra del teatro Bellini, i cui elementi non mancano mai di mostrare la loro partecipazione intensa, anche quando vi è meno solennità, figurarsi in una opera come codesta, tanto amata dalle masse per le sue arie celebri e pezzi musicali anche mutati per banda. “Alfredo Alfredo, di questo core, non puoi comprendere tutto l’amore…tu non conosci che fino al prezzo del tuo disprezzo, provato io l’ho… io spenta ancora, pur t’amerò”, si azzarda a dire Violetta dopo che Alfredo l’ha svergognata dinnanzi a tutti, pria che il padre venga a fermarlo: dramma cosmico dell’amore che anche nei tumulti dell’anima non dimentica di aver sofferto e dònasi davvero per sempre, “spenta ancora”, come era nel grande, irripetibile XIX secolo: e se è vero, come lo stesso Verdi ha affermato, che in Violetta egli vedeva la convivente, poi moglie, il soprano Giuseppina Strepponi, ciò dia luogo di intendere come il personaggio di Violetta non sia una cortigiana, bensì una donna davvero intensa e persino timorata di quel Dio che aleggia in molte pagine del pur miscredente Verdi.

Violetta deve morire, perché “se tornando”, dice ad Alfredo, “non mi hai salvato, a niuno in terra salvarmi è dato”: dannazione cosmica di colei che fece soffrire e perciò appare destinata all’annientamento? Non sappiamo fino a che punto, ma oggi come ieri, è questa la fine di chi spezza i sacri vincoli che giurò un giorno: la Nèmesi dell’antichità esiste e nessuno può cambiarla, neppure se la camelia da sagrifizio diventa rosa rossa del destino e di un amore rinnovato in nuove mani e in nuove strade.  Questi ed altri messaggi lancia “Traviata” che nella edizione marzo 2018 del Bellini, può dirsi tecnicamente riescita, anche se non è la voce del momento, bensì il personaggio che vive in eterno,  memento mori del fiore che non tramonta.

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