Aldo Moro, l’uomo che pagò la sua passione politica con la vita

Aldo Moro veniva sequestrato 40 anni fa dalle Brigate Rosse. Venne ucciso dopo 55 giorni di prigione senza l’aiuto dello Stato

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Il  16 marzo 1978, giorno della presentazione del nuovo governo, il quarto guidato da Giulio Andreotti e il primo con il voto favorevole del Pci, un commando delle Brigate Rosse uccise i cinque uomini della scorta (Domenico Ricci, Oreste Leonardi, Raffaele Iozzino, Giulio Rivera, Francesco Zizzi) e sequestrò il presidente della Democrazia Cristiana Aldo Moro.

Il sequestro terminò 55 giorni dopo, il 9 maggio, con l’uccisione dello statista. L’Italia intera si fermò. Chiusero i negozi, scioperarono le fabbriche e si bloccarono le lezioni nelle scuole. Anche l’agenzia  Ansa, in sciopero per 24 ore, decisero di sospendere la protesta e ripresero le trasmissioni.

moro-1Mentre si cercava il covo delle brigate rosse in tutta Italia, Paolo VI lanciò un appello per la liberazione di Moro : “vi prego in ginocchio, liberate Aldo Moro, semplicemente, senza condizioni in virtù della sua dignità di comune fratello in umanità.”

Seguirono rivendicazioni e comunicati, otto in totale, dal giorno del sequestro alla proposta di liberazione di Moro in relazione alla scarcerazione dei prigionieri comunisti che, durante il processo di Torino, si dichiararono responsabili politicamente del sequestro e i cui nomi furono resi noti nei comunicati successivi. Il primo comunicato enunciava l’uccisione degli uomini della scorta e il sequestro del politico: “Questa mattina abbiamo sequestrato il presidente della Democrazia cristiana, Moro, ed eliminato la sua guardia del corpo, teste di cuoio di Cossiga. Seguirà comunicato. Firmato Brigate rosse”.

BrigateRosseMoro01La politica si divise. Da una parte il fronte della fermezza, composto dalla Dc, da socialdemocratici, repubblicani e liberali, che non volevano trattative perché sarebbero state un riconoscimento politico delle Br. Dall’altra i possibilisti capitanati da  Craxi.  Contrari  anche Pci e Movimento Sociale, entrambi i fronti avevano spaccature. Significativa fu la posizione di Sandro Pertini che sarebbe diventato pochi mesi dopo capo dello Stato: non voleva andare al funerale di Moro, ma neanche a quello della Repubblica. Prevalse la via della fermezza: nessuna trattativa. Andreotti dichiarò il suo “no” alle trattative.

Un comunicato venne inviato  al ministro dell’Interno Cossiga con una lettera in cui Moro diceva di trovarsi ”sotto un dominio pieno e incontrollato dei terroristi” e accennava alla possibilità di uno scambio. Moro non voleva renderla pubblica, ma i brigatisti scrissero di averla resa nota perché ”nulla deve essere nascosto al popolo.” Recapitate anche altre lettere indirizzate alla moglie e a Nicola Rana. Le altre furono recapitate a  Zaccagni e Taviani, Leone, Fanfani, Ingrao, Pennacchini, Dell’ Andro, Piccoli, Andreotti, Misasi e Tullio Ancora.

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Il quotidiano La Stampa invitò il presidente della Repubblica Giovanni Leone a lasciare il Quirinale per consentire l’elezione d’emergenza di Moro alla suprema carica dello Stato. In un editoriale non firmato il giornale diretto da Arrigo Levi definì “disdicevole” la campagna di stampa rivolta negli ultimi mesi contro Leone, ma accusò: “Il suo quasi totale silenzio in questi ultimi giorni è motivo di grave disagio per la Nazione.”

Sarà il “comunicato numero 6”, ad annunciare la fine del “processo popolare” e la condanna a morte di Aldo Moro: “Le risultanze dell’interrogatorio di Aldo Moro e le informazioni in nostro possesso, ed un bilancio complessivo politico militare della battaglia che qui si conclude, verrà fornito al Movimento Rivoluzionario e alle O.C.C. attraverso gli strumenti di propaganda clandestini”. Ma questa non avvenne mai.

Il “comunicato n.9″ annunciò: ”Concludiamo la battaglia cominciata il 16 marzo, eseguendo la sentenza”. Moro invia una lettera alla moglie: ”Ora, improvvisamente, quando si profilava qualche esile speranza, giunge incomprensibilmente l’ordine di esecuzione”.

aldo-moro-660655 Il 9 maggio 1978, dopo una telefonata di Morucci, la polizia trovò il cadavere di Moro nel portabagagli di una Renault 4 rossa. Era in corso la direzione Dc, dove pare che Fanfani stesse per fare un discorso proprio sulla  trattativa. Moro fu fautore del cosiddetto compromesso storico che consisteva sostanzialmente, nell’aprire un dialogo tra il suo partito, la DC (Democrazia Cristiana) e il PCI(Partito Comunista Italiano). A partire dalla proclamazione della Prima Repubblica (1948) l’Italia vide un governo prettamente democristiano, poco aperto al dialogo, tanto meno con il Partito Comunista.

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